ALI ALLA MENTE PER LESALIENOSPUNTOCOM

BLACKMOON TRACK I – LIMBUS

Nel tendere la mano a chiedere aiuto si dice che si ritrova la propria mano, contrapposta. Ma quando il conflitto fra parti di sé non permette nessun ausilio da darsi, la mano protesa ritrova, dall’altra parte, quella che lo specchio del proprio riflesso rimanda.

Che non afferra niente. Che non lascia niente.

Che non lascia andare niente. Che non trattiene niente.

Ma lascia in sospensione, in un limbo in cui ci si ritrova perennemente in caduta.

(Alessandra de Angelis)

Nel turbinio dell’inconscio, qualcosa sale di piano, arrivando al conscio, dove la nebbia è fitta ma permette di ritrovare qualcosa di sé, evanescente, inconsistente, etereo.

(Alessandra de Angelis)

BLACKMOON TRACK II – UMBRA

L’amico immaginario è la mia ombra, allungata e protratta, ostinata e perseguitante che non mi lascia nemmeno un angolo di luce alla mia persona.

(Alessandra de Angelis)

A pupille chiuse l’ombra del sonno mi veniva a svegliare. Stanchezza annale che non trova nulla a rinfrancare. Il dolore assale, in uno stato di torpore che diviene inerzia maniacale. E, ad occhi aperti, il mondo a colori restituisce il grigio, ombrato ed opaco, dell’essere che sopravvive, desiste, ma vacilla.

(Alessandra de Angelis)

BLACKMOON TRACK III – ABYSSUS

L’abisso è la bocca di mia madre. Voragine perversa di grida sotterrate nelle fondamenta di un essere contaminato.

L’abisso è lo sguardo di mio padre. Pupille come buchi neri, che ti risucchiano e ti spuntano solo dopo averti ridotto all’osso.

L’abisso è la presenza di mio fratello. Un fantasma di un me, più piccolo, troppo piccolo che viene schiacciato dai rimproveri, perseguitato.

L’abisso sono io, che della bocca di mia madre, dello sguardo di mio padre, della presenza di mio fratello me ne faccio portatore e tormentatore, aguzzino e martire.

(Alessandra de Angelis)

Calma. Era questo il monito, calma.

Ma la calma, quella sera mi parlava La luna, dapprima piena e visibile andava oscurandosi.

L’occhio sguercio del marcio, la miopia del male stava arrivando. L’ovale opale era divenuto una lama concava.

E un richiamo partiva dall’angolo più lontano del mondo. Da quello più buio.

Mi chiamava per nome, mi voleva suo. Ma il richiamo era dolce, la voce mi era familiare.

E intanto che il buio prendeva ad accarezzarmi la nuca, l’unica luce era quel suono.

Mi protesi, mi avvicinai. Iniziai ad avere freddo.

Tutto il mio corpo era paralizzato da un freddo acido, caustico.

L’ultimo movimento fu quello dei miei occhi che, guardando nel buio, scorsero me stesso e poi, nulla più di me fu.

(Alessandra de Angelis)

BLACKMOON TRACK IV – NIHIL

Ho lavorato sodo. Con disprezzo.
Ho ascoltato completamente. Con risentimento.
Ho respirato faticosamente. Con rancore.
Ho abbracciato forzatamente. Con freddezza.
Ho baciato con timore. Con diffidenza.
Ho parlato arrancando. Con reticenza.
Ho mangiato senza appetenza. Con disgusto.
Ho vissuto pienamente. Con illusione.

(Alessandra de Angelis)

Mani che stringono il niente derivante da un tanto aver fatto. E non tanto perché il niente è nulla di esistente ma perché, questo niente, prende a pesare come il peso di tutto ciò che di senso è esistente. E, quello che ne deriva, è un senso di vuoto e di confusione pervasiva.

(Alessandra de Angelis)

BLACKMOON TRACK V – NOCHECENCIA

Umida è la terra sotto la schiena. L’erba è bagnata di vita, il corpo che vi risiede sopra chiede ristoro da questa vita. Il cielo scuro funge da coperta. Il clima non è quello che invita alla vita. Le ore tardive bussano all’uscio della mente, portando incubi e disturbi. Non lasciano tregua. L’erba è umida e il corpo è in preda a scossoni. La terra si fa copia carbone di ciò che sopra vi è. La percezione di qualcosa che non è sul piano reale prende il sopravvento. E non vi è orologio a scandire la fine delle tenebre. Sino a quando, si comprende, che a tale stato ci si deve lasciare andare. Così, mezzanotte divenne mezzogiorno.

(Alessandra de Angelis)

Il sole era alto in cielo. Lo vedevo dalle fessure della persiana. Un po’ andava, un po’ restava. Le palpebre pesanti, scuri a fare ombra. Crollo in un sogno profondo, movimentato, in velocità. Due donne mi si protendono. A sinistra mi si dispiega il buio di un passato che mi appartiene, mi sorride con denti di spilli, labbra larghe e sottili come rasoi. A destra, la luce di un futuro che non mi appartiene, che mi destina uno sguardo serio, caldo, fermo. Ed io che mi trovo gioco fra queste due donne, al centro di questo tempo onirico, combatto la notte attendendo il giorno. Ma poi, aprendo appena gli occhi, ricordo che il sole era alto in cielo. Ora, è la luna che mi osserva e spaventa.

(Alessandra de Angelis)

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