PARLANO LE EMOZIONI

In questa sezione, è possibile trovare una serie di racconti ed incisi brevi dell’autrice de Angelis Alessandra.

Alcuni di essi sono stati riconosciuti meritevoli di diplomi d’encomio, menzioni d’onore e altri riconoscimenti mediati dalla condivisione sui social media.

Un pensiero non è più proprio nel momento in cui diviene parola.

Credo nelle parole e nella forza della loro condivisione.

Vedo del bene in tutto questo.

– de Angelis Alessandra

Buona lettura e, specialmente, buon viaggio fra queste parole.

La belva ama la preda per la sua carne.
Può dire ti amo, ma se è un mostro,
non ti amerà.
Ti mangerà.

Da sempre viene detto che sentimenti intensi hanno radici molto profonde, che si ancorano a qualcosa sito nella parte meno esposta della persona, protetto da tutto ciò che il mondo esterno, con la sua luce, renderebbe facilmente deturpabile.

Un sentimento come l’amore richiede tempo nell’attenderlo, per coltivarlo ed accrescerlo, e costanza nel pensarlo e curarlo. Così, giorno dopo giorno, quello che è solo astratto diviene reale, tangibile, udibile. Impertinente e diseducato, vorrà uscire allo scoperto, mostrarsi e donarsi al suo amato. E se è vero che ognuno ama a modo proprio, altrettanto vero è che non tutti sono capaci d’amore. E ne sono completamente ignari. Il rosso sentimentale si muta in nero passionale, fitto come la sfaccettata gamma di sensazione che un amore malato va mescolando, creando asincronie amare e stonate. Un amore buono, disperato di ritrovare la chiarezza e l’ordine diviene centro di attenzione di un amore disfunzionale il quale, chimerico nella sua esistenza, aleggia come fantasma messaggero di morte. E con la stessa cura con la quale la vedova nera tesse la sua tela, il mostro sa quale filo tendere e quale lasciare al vento.

Ma intanto, nel mentre, è già troppo tardi.

È questo che si è.
Ciò che resta dalla discussione fra gli stili dei tratti interni ed il carattere delle proprie personalità.
Per cui, abbiate comprensione, quando non riuscite a capirvi.

Vuole che la prenda seriamente, me lo ripete tutte le volete che ne ha occasione.

E credetemi, di occasioni, ne ha praticamente sempre.

Poco le importa se le dico che ci tengo particolarmente a lei e che la amo. Specie se glielo dico mentre mando giù il terzo calice di vino tutto d’un fiato, velocemente prendo il giaccone e mi richiudo la porta alle spalle. Se ho fretta di vivermi la serata, lei lo sa.

Pretende compostezza, senza frivolezza. Non le sta bene se mi siedo e resto immobile come un soldatino, dice che è da sciocchi specie se non ho nemmeno una parola da proferire. E quando le dico che ha ragione, capisco che è meglio fare il soldato.

Vuole che mi intessi a cose intelligenti, che generano ulteriore conoscenza e rompono gli schemi ordinari. Allora una volta le proposi di sedersi affianco a me e di ridere. Mi chiedo ancora cosa avrò detto mai di sbagliato in quell’occasione.

Dice che le incasino da una vita tutti gli spazi. E non è mica colpa mia se ho tutti si pensieri. Che ne so, faccio pensieri sul pensare ai miei pensieri. Che triste ironia, eh!

Mi rimprovera sul tempo, su come io lo tratto. E’ inutile farle capire che è un accordo che abbiamo preso. Lui scorre veloce così finisco subito di lavorare e, dopo, ho tutto il tempo che voglio per rilassarmi .

Però, una cosa la devo dire. In effetti lei non è che proprio mi dice tutte queste cose, io le so perché conosco i suoi pensieri, come lei conosce i miei. Lei sa che io ora vi sto raccontando queste cose e io so che lei è infastidita perché per lei ci sono cose importati da fare, che hanno assoluta precedenza. Ci chiamano tratto di personalità, non so se mi rivedo molto in un tratto, è troppo piccolo a mio avviso. Io mi vedo come un grande centro specializzato nella spensieratezza, nel divertimento, nella leggerezza d’animo e di mente. Lei, invece, è quella parte fatta solo di nervi e di intelletto, elettricità e chimica, saggezza e visuale filosofica. Entrambi andiamo a formare la stessa persona. Siamo un’unica vita. Quando io predominio, sono io che muovo questo corpo.  È per questo, come tutti, che anche noi abbiamo il nostro punto di equilibrio. ognuno ha il proprio spazio, anche se spesse volte ci incontriamo e quando succede, il corpo fa un sorriso, a parere degli altri immotivato.

Ora vado, c’è lei che deve prendere posto.

E’ stato bello.

E ricordate, ‘sta vita prendetela seriamente… sì, ma non troppo!

La storia di una vita.

Vi racconto una storia.

C’era una volta ciò che oggi non c’è più.

I mille aquiloni che non ho mai fatto volare più di due volte.

Le sconfinate radure e le lucciole

Il forte e profumo di resina e papaveri in campi di grano

Il sapore di lacrime trattenute e strette in un sorriso tirato.

Una vecchia me che mi saluta nel riflesso della vetrina di un negozio.

I miei nonni e il forte odore di fumo del camino.

I primi amori, le prime amicizie.

I bagagli che mi hanno accompagnata nelle partenze.

La prima casa dove mi sono sentita a casa.

La tristezza. La gioia.

Il peso di qualcosa, la serenità di altre.

Avrei voluto nascondermi in un giaccone ampio,
quando con quegli occhi non stavi ferma
e mi rendevi indifeso.
Mi denudavi i sentimenti.
Ma non esiste indumenti che mi possa coprire dal tuo sguardo,
al quale oramai appartengo

É terribilmente pretenzioso questo amore.

Si prende tutto di me, polverizzando le carni, facendomi divenire tutto sentimento e fremito.

E monta dentro me quel sentimento che sfugge un pò all’amore candido.

Su questa spiaggia calda, sento la fatica nelle gambe di questo correre fra le onde dei nostri desideri.

Le tue risa che levano altre, portate lontano da noi dal vento della passione che fa eco al tuo nome, al tuo splendido essere.

Il tuo sguardo mi sussura parole infuocate.

É proibito dire ciò che va cercando dentro di me fra i miei sensi più intimi e privati ma che, dinanzi a te , cedono e vogliono mostrarsi.

Il tuo sorriso mi rende schiavo.

L’odore dello iodio va mischiandosi al profumo di un amore dallo spirito libero, che ulula dal basso.

E questa spiaggia brucia. Ed io ardo.

Gioco del volerti avere qui, ora e sempre.

Io e tutte le mie sfumature di oscuro.

Tutta una tortuosità. La vista che oltre il tornate non va.

Troppo buio. Troppo denso e pieno.

Troppo pesante e marcato tutto questo nero.

Se dici deserto e vita ci sarà comunque, perché questo non dev’essere anche in questa specie di profondità nera?

Fantasmi. I miei.

Quelli che per la via della vita tenebra mi tengono il passo e mi sorreggono dalle braccia.

Alterno gli attimi, come una lampadina che ha il singhiozzo.

Luce e buio. Ci sono e non ci sono. Sia io che loro.

Più ho timore e più loro si fanno forti.

Più soffro e più loro si fan grossi.

Più io smetto di vivere e più loro prendono il sopravvento.

Se rido, loro mi mostrano i denti affilati. Se parlo, loro mettono un indice sulle loro bocche larghe, troppo larghe che possono ingoiarci tutti.

Ma se io mi abituo, io muto.

Ho abitato nelle mie tenebre, divenendo uno loro, per il sol motivo di prenderli e portarli dove sapevo io.

“Alla luce. Fantasmi della mia vita, venite alla luce.”

Combatti l’inevitabile per neutralizzare l’evitabile.

É così che i miei fantasmi son divenuti la mia motivazione idi vita.

Il moto armonico dell’amore.

Siamo amore e sesso.

Genio e passione.

Odio ed ossessione.

Siamo non ordinari.

Cadiamo e ci sfasciamo, poi ci sediamo sul bordo del nostro star male e guardandoci, ci ricomponiamo.

Tendiamo a perderci nelle profondità delle nostre personalità, come spiriti che seguono una luce ma che non sanno verso quale meta son diretti.

Simo imparagonabili.

Assomigliamo a quelli che eravamo ieri, ma io nostro nome, sulle nostre stesse bocche, assume suoni vari e diversi.

Siamo potenti e fragili.

Formati da tante molecole di noi che, mischiate e fuse assieme, vanno a creare un alter ego del nostro essere. Un unico doppione di noi, che tutto è di noi, ma che non è nessuno dei due.

Alacri ed accaniti nelle turbolenze, cerchiamo attivi di inerzia.

I contrapposti che necessitano dell’esistenza del proprio opposto per esserci.

Siamo innamorati.

Immortali e centenerai.

Di una bellezza così ardente che divenisti diamante incastonato nell’oceano.

Era presto per smettere di sognare ed era troppo tardi per non iniziare a vivere un sogno.

Così, quella mattina mi sono svegliato. E sapevo che tutto era differente, si sentiva odore di infinito nell’aria. s

Il silenzio che sedeva sulla panchina della via, in pietra scura e calda, veniva tagliato dalle risate complici di due innamorati. L’amore, quello pulsante, si avverte nei piccoli suoni: dai battiti che fa il cuore allo sfiorarsi le mani, dallo schiocco delle palpebre tutte le volte che indugiano su di lei e hanno bisogno di riposare alla vista di tanta bellezza.

L’Isola ancora dormiva. Il sole, dapprima docile, iniziava a farsi spazio fra le nuvole basse che, dal vento di marea, venivano spazzate via dalla grande tavola celeste. La natura stava cambiando aria agli spazi, toglieva i cuscini, arieggiava le lenzuola, manto di stelle, riponendole da parte per le ore serali. Ora, il sole grattava dietro alle persiane di legno scolorite. Pretendeva di entrare. Fu come se il tempo rallentasse per prendere la rincorsa e sfuggirmi dalla percezione reale. Aprii la finestra e mi ritrova in un bagno di luce. Un calore familiare, un abbraccio che tanto si desidera di ricevere. Non ero pronto a quel viaggio ma tu eri lì, dietro a quelle persiane, dietro alle mura bianche, sotto le pietre vulcaniche e nuda ti mostrassi.

Le tue curve, onde di oceano.

Il tuo sapore, salsedine che permeava la pelle e le labbra.

I grani di sabbia, le lentiggini del mondo.

Le albe ed i tramonti, il tuo carattere così ambivalente ed attrattivo.

Le correnti dell’acqua turchese, l’aggressività di mostrarti, selvaggia e cruda, in un paesaggio surreale, una terrestre Marte marittima, dove mare e montagna si danno appuntamento all’orizzonte ed, in accordo con i vento, urlano il mio nome. Io, come Ulisse, odo le sirene e mi perdo nei sentimenti, tremo, mi sento piccolo in tutto questo.

Due giorni. Sono bastati due giorni e mi sono ubriacato di te, dei tuoi bianco, verde e blu, ma anche nero, rosso e terracotta. Dei tuoi mille modi di essere, ad ogni metro e minuto sempre differente. E ti ho amata come si amano due amanti clandestini di sentimenti, schiavi di una selvaggia passione, cocente.

Ore s’è fatto tardi. Vado a dormire. Chiudo la finestra e sento il vento, accarezzare le creste schiumose.

A tuo modo, le tue onde mi danno la buonanotte.

  • dedicata a Lanzarote e ad ogni suo angolo di aspra bellezza.

Nulla di personale,
ma io son uomo e son fatto male.

E non abbiamo considerato il peccato più grande: l’antropocentrismo.

Un cervello così tanto efficiente che, per quanto complesso, ancora parzialmente sconosciuto. Un corpo che permette di interagire con l’ambiente. Una mente centro della percezione e della logicità emotiva. Eppure non è bastato, oppure non è piaciuto, sicuramente è tutto mal usato. La tua mano, oh uomo, doveva essere usata in altro modo. Il tuo ingegno doveva portare ad un grado superiore di armonia e benessere. Tu, su questa terra, da ospite, dovevi perseguire un unico scopo, avere un unico compito. E invece, la tua mano è infamia. Il tocco è malefico, tetro, nero, doloroso.

Hai toccato campi e natura, inquinando ed intossicando. Hai toccato te stesso, trasformandoti in una macchina diabolica. Hai toccato guance e corpi, massacrando e uccidendo madri, padri , figli, case. Nulla e nessuno arriverà mai a contar qualcosa per te, dove unica valenza è posseduta dal tuo ego e dai tuoi averi. Un essere come te non ha senso nell’essere. Non ti sei accorto che sei tu il peggiore dei mali da cui si si deve difendere? Da cui ti devi difendere?

Ma sarà sempre tutto inutile. Cambiano i tempi ma non le menti. Per cui, oh uomo, oh demonio, non ti devi stupire se ti sto chiamando per nome e se ti dico che, la morte è una tappa prevista per tutti ma , la tua, avverrà per la tua stessa mano.

Le tue parole curvano attorno a me come l’anello di Saturno.

Completi l’incompleto.

Rendi bellissimo il piacevole.

Vivo coi piedi per terra eppure mi togli la gravità.

Quando siamo fermi e mi stringi le mani mi ritrovo ad andare veloce fra le stelle.

Poi capita che mi dici che mai al mondo avresti immaginato di trovare così tanta bellezza e rarità, che ti senti fortunato di questo e mi fai esplodere di emozioni.

Mi doni luce e di essa io vibro.

E mi sento come Saturno, nato diverso e arricchito nel tempo, rarità per il suo elegante anello che, delicato, ripiega attorno alla sua circonferenza così come le tue parole attorno ai miei spigoli del cuore.

Dimmi che la vita è bella,
che mi vedi e che io esisto.

Dimmelo te.

Dimmelo te che io, da un pò, non mi sento.

Se mi ascolti e mi osservi, dimmi quello che senti e quello che vedi perché credo di aver posteggiale le mie giornate nell’angolo più buio di questo odierno esistere.Se mi vedi in un angolo ad attendere, vieni a prendermi e dimmi di seguirti; forse è solo questo che sto aspettando e di cui ho bisogno.

Ma dimmelo te, dimmelo te perché questa vita qui non assomiglia per niente a quella che ho vissuto fino a qualche tempo fa.

Quelli come noi,
sono ciò che non sembrano.

Certe sere avevo il peso di un giornata passata a ridere, passata a chiacchierare, passata ad ascoltare, rassicurare e consigliare. Non vedevo l’ora di tornarmene a casa, togliermi di dosso quelle scarpe – belle ma non troppo scomode – struccarmi ed essere veramente e naturalmente me. Sono una persona forte e, col tempo, ho capito la sfortuna di ciò. Ma adesso, non ho tempo di raccontarmi, devo andare a dormire. Ma prima devo mettermi avanti allo specchio, sorridermi e dirmi che è tutto okay, che sono una brava persona e che andrà tutto bene.

Anche domani.

Resoconti di una giornata.
A te per te.

E mi stai togliendo il sonno di notte.

Lo ritrovo la mattina, pesante sulle mie palpebre.

Mi tieni in una linea di mezzo

che divide fra il peggio ed il poco meglio.

Ma mai lo stare bene.

Non mi lascia niente, non mi concedi nulla.

Ho deciso di affrontarti,

di demolirti ed annientarti.

Ti devo ridurre in piccoli pezzi

e questo, prima che tu lo faccia con me.

Lascerò queste mie parole su questo foglio,

lo troverai accanto alla lampada.

E non potrai evitarmi, come cerchi di fare tutte le mattine.

Quando ti guarderai allo specchio, mi incontrerai

e, lì, in quel luogo, saprai.

Saluti.

Dalla te di stasera alla te di domattina.

  • Presente in “Parole in fuga” , Vol. 13, Berlin, prefazione del Maestro Sir Haifez Haidar.

Non lasciare sia solo rumore.
Rispondimi.

Piove o sto solo piangendo.

Scuoto la testa per far spazio tra i pensieri, per liberarmi dal peso.

Sto correndo veloce o è solo l’illusione che mi provoca il treno accanto che sui binari sfreccia e va.

Anche lui mi abbandona alle spalle.

La milza mi fa male e sento l’amaro salirmi in gola.

Sarà lo sforzo. So che è la disperazione.

Mi fermo. Mi sto tenendo stretta, penso che potrei esplodere e finire in mille pezzi.

Mi sono messa al centro del mondo e ho urlato il tuo nome.

Non sei stato tu a rispondermi, ma io.

Sono come erba sotto la neve, il tempo che sbirna e io rinasco.

E sì, sono fragile. E sono delicata.

Ma sono forte. Sono temprata.

Rintono a casa. Non piove più e c’è il sole.

Sorrido.

Sì, vai via.
Vai lontano da me.
Ma non troppo.

Fuori dalla mia esistenza come le scarpe messe il giorno prima e lasciate fuori sull’uscio di casa, che poi apro la porta e le ritrovo lì.

L’indisponenza dell’indifferenza.

Il tuo paio di scarpe oramai logoro e dismesso.

Il caffè preparato alla macchinetta e lì dimenticato nella fretta.

Il compleanno al quale non hai fatto gli auguri.

La chiamata persa e mai ricontattata.

La maglia comprata e l’etichetta non staccata.

Le carezze scordate sulle mie guance.

Gli abbracci morti tra gli avambracci ed il torace.

I tuoi occhi fermi ovunque tranne che su me, le tue orecchie concentrate sui bisbigli della via e non sul mio battito cardiaco.

Fai finta e lo so. Ci sono e lo sai.

Cancellato a suon di un silenzio aguzzini che aleggia su me come fosse un peso morto.

Tu sei indifferente, io ero ignaro della fine più tragica e molesta che hai scelto.

Ora, resta indifferente anche a questo.

Orribile e temuta solitudine
che mi sei necessaria per salvarmi da me stesso.

Ho rivolto più volte a questo mondo uno sguardo attento. Volevo comprenderlo.

Capire il mio senso in questo universo ed il nesso del mio essere, con tutto ciò che questo ne comporta.

Ho abitato più volte in questo mondo, sedendomi nella veranda che affaccia sulle vie della via ad osservare lo scorrere del tempo.

Il conoscere e lo studio mi andavano definendo. Appresi che la sapienza è lo specchio della solitudine. É una mente che intrattiene se stessa e che non si affida a nessuno se non a sé. Divenni un imperturbabile emancipato, emarginato.

Ho vissuto più relazioni a questo mondo, stringendo mani fatte di squame ed abbracciando corpi caldi di amore. Gli occhi che incontravo e le sensazione che si intersecavano mi facevano sentire presente in questa esistenza.

Ho provato a restare a questo mondo, nutrendo attese speranzose che mai si sono placate. L’ultima volta fu quando, di spalle, mi volta di poco per rivolgere un’ultima occhiata a quello che io reputavo “la mia casa”.

Poi ho corso per miglia, attraversando pianure, faticando le colline, sormontando montagne, alternando climi gentili a quelli di tempesta. Ho corso fino ad arrivare alla fine del mondo.

Non più terra da calpestare, non più cielo da implorare, ma solo il vuoto.

E mi sono lasciato andare. Ho allargato le braccia ed ho volato.

Volato via, lontano.

Oltre questo mondo, oltre il tuo mondo.

Oltre tutto quello che può essere e quello con non può.

Oltre me stesso.

Ed è stato incredibile capire che, solo allora, ho iniziato a vivere davvero.

Persone come te le si comprende
al quarto sguardo.

Una persona di vetro soffiato.

Ad ogni parole detta, tendo sempre ad allontanarmi. A morire un pò.

E se è vero che la prima impressione è quella che conta, io ti dico di scartarla perché qualcosa di mio vien fuori quando non posi il tuo sguardo su me, ad osservarmi per capirmi.

Al di là delle nuvole del paradiso,
non vi è aspro pendio che non riceva
un bacio di acqua salata.

Ho faticato per arrivare in cima alla più alta vetta della scogliera. Qui il vento si fa un po’ più violento e scuote tutta la vegetazione attorno. La danza dei perastri e degli spinosi ginepri in un scenario indimenticabile. Intanto, l’odore di salsedine mi riempie le narici, lambisce l’anima curandone le abrasione che non sapevo nemmeno sci fossero. Capisco che sono vicina, perché quella sensazione di conforto di leggerezza della mente e di ristoro solo il mare sa darla. Il rumore delle onde mi chiama e i miei passi, che calpestano la roccia facendo scricchiolare la ghiaia, sono lenti ed attenti Arrivo alla staccionata di legno e mi ci cedevo appoggiare con tutto il peso poiché, dinanzi a me, vedo schiudersi le porte del paradiso rivelando una bellezza che schiavizza, fatta di mille colori, ,mille sogni ed ogni molecola di me.

“Ciao Meraviglia. Come ti chiami?

“Io, sono il Gargano.”

La dolce carezza di un muro d’acqua.

Mi sono seduto con una sua fotografia tra le mani e ho avuto lo stesso effetto di quando la guarda dal vivo. Per un attimo mi sembra di averla capita poi il secondo successivo la mia convinzione mi smentisce. Quando mi sorride, mi sento in una tempesta. Quando mi parla, io mi fisso sugli angoli della sua bocca, che tendono un po’ troppo verso il basso e mi perdo in un altro posto. Uno dove gli spai sono infiniti, l’aria è fresca ed il cielo è sempre terso. Mi piace pensare sia questo il paradiso di cui tutti i poeti scrivono.

Tutto questo è lei. Non ha delle leggi alla quale obbedisce. É succube della sua natura.

Lei è acqua. Ha la forza di miliardi di gocce, che dissetano o scavano. É imprevedibile, come l’oceano che va ingrossandosi.

Puoi affidarle i più aspri dei pensieri, i più profondi timori, i segreti che non diresti nemmeno a te stesso e lei li farà suoi per sempre, custodendoli. Così cristallina da essere troppo sincera, svelando tutto ciò che con il suo andare va bagnando. Non ti mentirà, non lo sa fare. Non si ripete mai, è sempre diversa, donando i più bei tramonti a quelle giornate che sembrano volerti far tramontare.

Lei è tutto questo. Semplicemente vita.

Era troppo.

C’eravamo spinti troppo oltre.

Avevamo gonfiato le nostre aspettative così tanto da farle divenire pretese. Eravamo ad un passo dal collasso, sapevamo di essere nell’occhio del ciclone. Abbiamo esagerato, dando tanto in quel poco che non necessitava nemmeno tutto questo molto. Ed oggi ci osserviamo da uno schermo, ci parliamo pigiando tasti, ci ascoltiamo attraverso casse audio. E vorremmo giocare al baratto.

Dare il troppo spreco per le poche utili cose.

Il troppo consumismo per la poca giusta preservazione.

Il troppo arrivismo per quei pochi dovuti sacrifici.

La troppa ostilità e cattiveria per poca lealtà e bontà.

Ma nulla si può dove c’è troppa poca umanità.

Sono qui perchè ti stavo aspettando.

Potrebbe sembrare buffo trovarmi qui, invece per me è il posto più logico dove potrei essere. Immobile esattamente lì dove i mio mondo si è fuso col tuo, creandone uno nuovo. Non sapevo cosa significasse perdersi nel buio fin quando mi mi è capitato, nelle tue pupille. Sento ancora la tua mano carezzarmi i capelli, scendermi sulla nuca, proseguire lunga la linea della schiena. Mi incanta questo mondo che mi fai conoscere, persi all’orizzonte dei nostri sensi.

Che poi, dimmelo te, dove inizia e finisce l’orizzonte?

Per nulla banale
quel tuo particolare.

Il tuo sorriso quando si tira ai lati e sbianca un poco le labbra.

I tuoi occhi quando mi guardano concentrati e un pò mi mettono tensione.

Come appoggi il mento nella conca della mano.

Il tuo essere in questo universo così grande che però per me è piccolo perché mi impiglio in tutti i tuoi particolari.

Lascio naufragare in mare i miei pensieri e se prenderanno il largo sarà meglio così.

Il mare.

Quel suo perpetuo ondeggiare riusciva a portarsi a largo i miei pensieri più attanaglianti, dando pace ad un animo in subbuglio e ad una mente troppo tormentata.

Davo al mare le miei preoccupazioni, gettavo in esso ogni mio dolore e lui mi contraccambiava con albe e tramonti di sollievo.

Il mare, per me è tutto questo.

Non sei da solo.
Sei con te.
Fai amicizia, conosciti.

Quante volte ti sei perso nell’ansia della tua solitudine. Ti ho visto in balia della paura. Stavi affogando nel timore di non avere nessuno con il quale parlare e da voler bene, nessuno che avrebbe potuto ricambiare le attenzione e fa fronte ai tuoi bisogni. Nottate infinite al buio, dove solo il ticchettio dell’orologio era percepibile misto al battito del tuo cuore, accelerato. Non dormivi fino a quando non crollavi, sfinito. Ed io ero lì.

Ero con te quando hai compoiuto 18 anni.

Ero con te quando ha affrontato 12 metri di scogliera, tuffandoti nell’acqua del Salento.

Ero con te quando hai pianto, quando hai riso, quando hai gioito, quando hai rimuginato ed esultato.

Ero con te quando sei nato.

Ora sono con te e sarò sempre con te.

Smettila di farti del male, di farmi stare male.

Abbi riguardo di te e di me.

Inizia a conoscerti meglio, a conoscerti meglio. Tendimi la mano destra, io sono la tua sinistra.

Sei brava a far capire quello che non dici.

Ad ascoltarti sembrava differente. Poi ti azzittivi e parlavano i tuoi gesti goffi, i tuoi occhi mai fermi che balzavano da un punto all’altro, il tuo voltare le spalle per scappare e ritornare a girarti per vedermi lì, fermo.

Tu parlavi nei silenzi che facevano più rumore più di un temporale.

Un bacio lungo una stagione.

È risaputo, d’estate c’è sempre amore nell’aria. Lo vedi dalle ragazze e le loro gonne a fiori e dai ragazzi con i loro sguardi sornioni. Si sente rumore di risa, di mani che accarezzano visi, di gemiti sopiti.

Solo che io ho paura che domani sia già autunno e si sa che un ti amo d’estate può far solo tanto rumore.

E se ti baciassi senza tempo con gli occhi fermi sulla linea del tuo mento?

La verità conosce più nemici che alleati.

È scomoda perché non accetta compromessi.

Fa provare imbarazzo perchè mette a nudo.

Risulta antipatica perché ha sempre ragione.

Rimane sola perché soverchia tutto.

La verità accetta solo la verità

Credevo fosse influenza, invece era amore.

Devo ancora capire bene la differenza tra colpo di freddo e colpo di fulmine.

Te ne ne vai barcollando per il mondo,
mentre sulle spalle sorreggi il peso di un intero cosmo.

Si aggira per i vicoli immersi nella penombra della luce fioca del controviale. Gli anfibi logori ai piedi calpestano l’acqua delle pozzanghere createsi da un acquazzone passato e che, oltre a bagnare la città, ha reso l’aria fredda. Si stringe nell’impermeabile scuro, consunto e scolorito, che non tiene molto caldo, lo simulava soltanto. Il berretto a secchio aveva dei buchi ed implorava di essere lavato. Il passo strascicato di un’anima stanca di passare per quella via di una vita tormentata. Ma quegli occhi erano luminosi e vispi, quel sorriso abbozzato solo da un lato disegnata una sfida accettata e sua volta lanciata e quella radiosità in quel volto disarmava qualsisia aggressore. Quanto forti si è in questa vita che, alle volte, va avanti a fatica per la corretta via?

Diviene una necessità, non una scelta.

Il coraggio di chiamare piccolezze le nostre salvezze.

E non c’è da meravigliarsi della riconsiderazione.

Quale che tempo fa ti saresti annoiato nel fare due passi per la via; ti saresti stufato di andare a vedere il tramonto sempre lì, su quel ponte e sentire gli ultimi raggi caldi della giornata; avresti implorato di tornare a casa perché non ne potevi più di star fuori; avresti odiato quei momenti in cui eri costretto a star con qualcuno quando volevi la solitudine; avresti preferito andare a vedere gli aerei che partivano anziché sdraiarti sull’erba e vedere le api ronzare.

Oggi rivaluti, riconsideri.

Oggi vorresti salutare il tuo vicino e chiedergli come va; vorresti fare quattro chiacchiere con quell’amico che alle volte non volevi fra i piedi; vorresti vedere tutti i tramonti e anche tutte le albe che ci saranno; vorresti andare al lago a vedere le anatre e assaporare la primavera.

Vorresti la libertà. O quella piccola fetta di consapevolezza di sapere che ritornerà tutto come prima, ma tu sarai diverso perché oggi vedi che sono le piccolezze a salvare il mondo che va avanti.

Come segni a viso nudo
eran sogni a cuore aperto

Fateci caso quando vi trovate vicino un sognatore.

In volto ha sempre un’espressione vispa, con occhi curiosi che scrutano ed analizzano il mondo tutto attorno. Spesso sorride senza un motivo visibile. Il sognatore è colui che non vive quello che gli altri vivono, non pensa quello che gli altri pensano: lui è un riflessivo visionario. Vive le sue emozioni e si nutre di nuove esperienze di vita. Non conosce confini, non ha limiti. La sua mente è aperta ed il suo essere è fuso con la consapevolezza di esserci e sentirsi. Il sognatore non ha cicatrici o segni da nascondere perché delle sue vulnerabilità ne fa cavallo di battaglia, il suo riscatto fatto a sogno.

Sono ribelli silenti, i forti vulnerabili sognatori.

La mente.
Mi mente.

per la sezione FRASI ED AFORISMI SULLA PAURA

Il sole era stanco ed iniziava ad andarsi a coricare sulla linea dell’orizzonte.

Un ovale giallo paglierino sbiadito in un cielo grigio, che dì li a poco, sarebbe divenuto di fuliggine. Non avevo molta voglia di qualcosa in particolare, fra cui anche continuare a girare fra gli spazi racchiusi in mura di casa, ora troppo silenziose, ora meno accoglienti. I miei pensieri avevano smesso di darmi il tormento, solo perché lo avevano ceduto all’inerzia della tristezza, che si fa sorda del caos del continuo rimuginare.

Il letto dove mi vado a sedere è troppo stretto per accogliermi in modo comodo ed è anche troppo corto. Cigolano un po’ le molle dell’impalcatura in ferro battuto che sorregge me ed il materasso.

Nessuna voglia. Non mangiare, non parlare, non respirare.

E la cosa più simile a tutto ciò, è quella di stendermi a braccia lunghe al busto e tenere gli occhi chiusi.

Ecco sono morto, la sento la leggerezza. E non fa poi così tanta paura.

Ma d’improvviso, un peso enorme allo stomaco mi prende e mi fa trasalire.

Apro gli occhi, le palpebre pesanti. Credo che ho dormito per un po’. Non c’è nemmeno un po’ di chiarore nella stanza. 

Proprio lì dove sento il peso enorme, vi è un gatto. Troppo piccolo per pesare così tanto, penso.

La piccola figura pelosa nera, da le spalle alla finestra, che incornicia la pesante notte nera.

Pesante esattamente come questo gatto. Il quale è nero come ella.

Sarà dalla finestra che questo piccolo gatto nero pesante sarà entrato, penso ancora.

Nessuna luce ad illuminare, rende nere anche le mie braccia, pesantissime, che trovano resistenza per accarezzare l’animale.

Tutto questo mondo è pesante oltremodo.

Ma sì, è solo la stanchezza che fa pesare tutto e la notte me lo fa notare. Di notte, si dovrebbe dormire.

Allora chiudo gli occhi, ma ciò che vedo non è il nero degli occhi chiusi, ma ciò che ho lasciato prima di calare le palpebre.

Riprovo. L’esito è lo stesso.

Il peso allo stomaco si va facendo un macigno che mi schiaccia, mi seppellisce.

Il gatto nero, apre gli occhi, che sono troppo grandi rispetto alla sua piccolezza. Le sue pupille sono di luce che mi brucia le retine.

Mi fissa. A lungo. Pesantemente.

Mi violenta la mente. Mi fa male.

Ho paura. Una paura dal peso enorme, soffocante.

E sto capendo che è quello, il momento in cui, sto morendo, sprofondando nell’abisso nella mia pazzia.

… A BREVE TANTI ALTRI SCRITTI SARANNO DISPONIBILI …

*Nel rispetto dei diritti d’autore e di quello che è l’opera prodotta, per ogni condivisione, citare la scrittrice è un atto di pura educazione e riconoscimento di quello che è in capo all’operato intellettuale*