
Apparente superbia a mascherare un animo marcio, fatto di malvagità ancestrale.
(de Angelis Alessandra)
Per il superbo non vi sono punti d’arrivo perché lui è nato già arrivato.
(de Angelis Alessandra)
La superbia non conosce età. La vedete nel bambino che si andrà a posizionare sulla sedia più alta per poter vedere i suoi coetanei dall’alto. Ma ancora, la si vede in quella madre che parlerà per qualsiasi suo figlio, non lasciandoli spiraglio di autonomia. Ed ancora, la ritroverete in una tomba con una fotografia sbiadita ed una coppa per i fiori, vuota, ma ricolma di tutto quello che la presunzione di essere onnipotenti genera: la solitudine del nulla.
(de Angelis Alessandra)
Datemi uno specchio e l’immagine riflessa, mia migliore. Ed il mio io piacente si sentirà appagato da ciò che vedrà, ed il mio io narcisistico si sentirà superbo, supremo, magnifico.
(de Angelis Alessandra)
Sei superbo è dire che sei frustrato, che hai tanta aggressività nei tuoi confronti. È solo che non ne sei cosciente perché sei troppo preso a idolatrarti.
(de Angelis Alessandra)
Gli furono stracciate le ali, il fuoco amorevole che genera luce fu soppiantato dal fuoco che carbonizza l’animo e lo spirito schiavizzandolo ad una perenne aridità, e fu scaraventato giù, negli inferi. Era il più bello, quello più a stretto contatto con il Grandissimo. Ma a Lucifero non fu concessa clemenza perché, anche se l’arcangelo con un meraviglioso dono, nessuno poteva permettersi di sfidare Dio, cercando di prendere il suo posto, nel grande progetto divino. Fu un peccato di superbia, dunque, che generò la nascita del bene e del male.
(de Angelis Alessandra)
Paradosso è quello del narcisista superbo odierno che, in tempi precedenti, in Grecia, sarebbe stato una divinità.
(de Angelis Alessandra)
La superbia è quella scala fatta di pioli, sempre più larghi, sempre più distanti, che come meta vede la caduta negli abissi della solitudine boriosa ed egocentrica.
(de Angelis Alessandra)
Non ammetteva che qualcuno gli dicesse che ci sapeva fare, che era in gamba, nemmeno che avesse ragione. Perché, l’unico che aveva il lusso di dire cose di lui, era lui stesso.
(de Angelis Alessandra)
Il superbo riposa bene solo sotto l’erba.
(de Angelis Alessandra)
Accresce la sua fiducia, svalutando quella altrui. Lui, per dire che sa fare, dirà che voi non siete in grado di fare niente.
(de Angelis Alessandra)
Il superbo schizoide cerca l’isolamento perché è lì che lui sarà e resta tale.
(de Angelis Alessandra)
Il super eroe dei falliti, il superuomo superbo.
(de Angelis Alessandra)
Gratificati, ma non osannarti. Premiati, ma non idolatrarti. Giudicati, ma non elevarti.
(de Angelis Alessandra)
Mai eclissare nessuno, per brillare da soli.
(de Angelis Alessandra)
La mano dell’umiltà stringe tante mani modeste. La mano del superbo, stringe la sua opposta.
(de Angelis Alessandra)
Scappa a rifugiarsi fra le braccia dell’invidia la superbia, quando si ritrova dinanzi un animo genuino che le sorride e che di verità va raccontandosi.
(de Angelis Alessandra)
Una società plasmata sulla superbia, questa odierna, dove si eleva colui che sfoggia, straparla e si pavoneggia, quando invece occorrerebbe comprendere il motivo del fare.
(de Angelis Alessandra)
Il superbo si isola perché sa bene, che per poter esistere, necessita di un pubblico sempre all’attivo. E sa altrettanto bene che a tutti interessa sapere degli altri, ma a tutti interessa più di sé che degli altri.
(de Angelis Alessandra)
Non cullare troppo l’amor proprio, che poi si sente invulnerabile ed invincibile e si crederà onnipotente.
(de Angelis Alessandra)
Con i riflettori spianati, i microfoni posizionati e le telecamere puntate. Solo così parla la superbia.
(de Angelis Alessandra)
È difficile scrivere della superbia semplicemente perché è ricolma di banalità.
(de Angelis Alessandra)
Il superbo è solo perché, nella sua vita, egli occupa tutto lo spazio.
(de Angelis Alessandra)
Fra tutte le compagnie di vita, quella dalla quale occorre non farsi attirare è la superbia.
(de Angelis Alessandra)
Pretendevi. Ed hai ottenuto.
Hai ottenuto. E hai ostentato.
Hai ostentato. E hai svalutato.
Hai svalutato. E hai svilito.
Hai svilito. E hai finito.
Hai finito e ti sei accresciuto.
Ed il tuo gioco ricomincia.
(de Angelis Alessandra)
Nella culla del bambino giacciono tante cose, fra le quali anche la superbia. Un’amica della quale dovrà imparare a riguardarsi e a non farsi guidare mai.
(de Angelis Alessandra)
Superbo, alza gli occhi. Noterai che sopra di te, non è vero che non vi è nessuno, ma vi è il giudizio divino e la falce della morte.
(de Angelis Alessandra)
Superbo è una parola composita: super e bo. Ossia, super ma di cosa.
(de Angelis Alessandra)
La superbia, poiché fatta di molta ignoranza, è una scelta.
(de Angelis Alessandra)
Due mani piccole afferrano i pezzi e li dispongono impilati. Un braccio si tende e colpisce la pila che va giù, spargendo tutti i pezzi sul pavimento. Ed il bambino ride. È estasiato. Perché ha il potere. Perché è forte.
(de Angelis Alessandra)
La superbia si fa predatore e si fa preda, dipende se ha qualcosa da perdere o qualcosa da guadagnare.
(de Angelis Alessandra)
Se ti senti tanto, probabilmente non sei niente.
(de Angelis Alessandra)
Il diavolo veste Prada. È vero, lui è il re dei superbi.
(de Angelis Alessandra)
La necessità degli altri è per la svalutazione, l’isolamento dagli altri è per l’idealizzazione.
(de Angelis Alessandra)
Scintillava il sole nella lama.
Se la muoveva, poteva vedere specchiarsi tutto lo spazio attorno.
La sua vita ben visibile.
Alle pareti tutte le sue onorificenze. Una stampa del suo yatch.
Sulle mensole tutti i suoi trofei. Anche la fede nuziale, non la sua.
Sulla panca, i bicchieri di cristallo spesso, uno con un dito del whisky invecchiato 41 anni.
Una stilografica poggiata su carta vergata di grana media.
Un messaggio per chi, più per sbaglio che per volontà, l’avesse mai letto.
Nessuna foto di parenti.
Nessuna noità in quella nullità.
La lama proiettava al soffitto luci calde, aranciate, che giocavano a rincorrersi e si nascondevano negli angoli murati.
Un udito più fine avrebbe potuto sentire della musica, degli archi, che scuotevano le molecole nell’aria. Come faceva la lama.
Abbracciò l’impugnatura con entrambe le mani.
Erano fredde, sudate, abbellite da anelli di lusso.
Gli occhi erano fissi sulla lama, la sfidava a mento alto.
Il quadrante del suo orologio prestigioso accese un riflettore sul suo volto.
Era il momento di andare in scena.
E la musica continuò. Anche quando i colpi furono rincalzanti.
Uno, due, tre, e ancora, come il medico dice “dica trentatré”.
Non era il momento dei saluti quello, perché non c’era nessuno a cui destinarli e ad accoglierli.
Ma era il momento di abbandonare. Di ritornare ad essere umano.
Perché lui, lo sapeva, la sua superbia, gli fece avere tutto pagandolo con quanto di più importante ci potesse essere.
Tutto.
(de Angelis Alessandra)
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